venerdì 27 gennaio 2017

Idee per il prossimo MacOS.


C'era una volta System 7. 
Che, a riguardarselo oggi, potrà sembrare ai più una roba un po' primitiva e statica, ma conteneva numerose finezze di quelle che facevano la differenza con Windows e si facevano perdonare blocchi di sistema, zero multitasking, conflitti tra Estensioni e altre robe che generalmente noi Mac Users tacevamo quando si trattava di fare i confronti con i seguaci di Gates.
Una di quelle era il posizionamento automatico di cui si occupava il Finder quando si trascinava della roba (font, pannelli di controllo o estensioni) sull'icona della Cartella Sistema: secondo la vecchia filosofia di madri e nonne, ogni cosa al suo posto, era il Mac che metteva i file dove andavano messi, si faticava zero, non ci si poteva sbagliare ed erano tutti felici.
Ora, sarebbe bello che, in una delle prossime versioni di MacOS, qualcuno reintroducesse quella feature, e pazienza se il marketing Apple me la spaccerebbe come nuova di zecca: io farei finta di non ricordare e ringrazierei pure.
In particolare, gradirei parecchio che, collegando il mio iCoso al Mac (fosse un iPhone, un iPad o un iPod Touch), questo lo montasse sulla Scrivania come un qualsiasi altro supporto di memoria e mi consentisse di trasferirci sopra i miei file con quel drag & drop a cui mi ha abituato fin dal 1984, piuttosto che lanciare iTunes, selezionare separatamente filmati, foto, suonerie e musica e dirgli di sincronizzare.
Diciamolo: è una rottura, una serie di passaggi inutili, una complicazione alla Windows.
Drag & Drop: semplice, immediato e trasparente.
Stessa cosa, nell'altro senso: navigo il contenuto del mio dispositivo come fosse un disco del Finder, cancello, copio o condivido tutto quello che voglio.
E, sai che c'è, Apple?, voglio renderti le cose davvero facili, e ti pubblico questo screenshot (sono partito da QUESTO concept). Qui c'è tutto.
Ci conto, eh. Puoi farcela.
Grazie.

giovedì 26 gennaio 2017

Le 15 serie TV del 2016 (in breve).


Di come e perché, per quello che mi riguarda, Westworld sia uscita trionfatrice dalle serie televisive del 2016, ho già scritto QUI, in occasione dell'assegnazione dei consueti Cyberluke Awards.
Naturalmente, per parlare di un vincitore, bisogna assaggiare un po' di tutto. Ho provato a iniziare a vedere parecchi nuovi prodotti cercando di farmi un'idea di dove e come sarebbero andati a parare già intorno alla terza-quarta puntata (la vita è breve e io spreco già troppo tempo), e alcuni di questi si sono fatti guardare fino alla fine (e sono tutti quelli oggetto di questo post).
Forse conoscete qualcuno di questi show, o magari altri ve li siete persi (e avrete fatto anche bene, non si può passare la vita attaccati davanti uno schermo televisivo), e leggere i miei commenti potrà aiutarvi a capire se c'è qualcosa che vale la pena recuperare o, magari, consigliare a qualcuno... o anche soltanto per conoscere le mie impressioni.
Visto a quante cose può servire un post come questo? E poi dicono che i blog non servono più. Tzé.

Mars, stagione autoconclusiva
6 episodi di 45 minuti (National Geographic)
National Geographic si lancia nel mondo delle TV series e lo fa a modo suo, proponendo il docu-drama, format che si incontra esattamente a metà tra documentario e fantascienza di conquista classica. Prese da sole, probabilmente le due cose non funzionerebbero altrettanto bene quanto riesce invece a fare questa serie che vive – più che delle interpretazioni e delle caratterizzazioni dei protagonisti – dei magnifici panorami marziani, della colonna sonora da brividi e degli interventi di scienziati, astronauti e biologi che ne costituiscono la vera spina dorsale.

Marseille, stagione Uno
10 episodi di 45 minuti (Netflix)
È stata liquidata dai più come l'House of Cards europea, con meno soldi e meno star nel cast.
A me, che gli intrighi politici hanno sempre preso poco, ha catturato fin dal primo episodio. Va anche detto che senza la presenza di Depardieu, probabilmente non mi ci sarei mai accostato, ma tutto sommato non sono state ore sprecate (il vecchio leone riesce a riempire e bucare lo schermo).

11.22.63 stagione autoconclusiva
8 episodi di 60 minuti (Hulu)
La serie tratta dall'omonimo romanzo di Stephen King (il suo migliore, dopo The Dome, del nuovo, rinnovato corso dello scrittore) ne mutua pregi (l'idea di base davvero fulminante) e dIfetti (tutta la parte centrale che rallenta e si "siede" su se stessa) e conta tutta sulle spalle di James Franco per arrivare in buca... quindi, se non vi piace l'attore, lasciatela pure perdere.

The Man in the High Castle, stagione Due
10 episodi di 60 minuti (Amazon)
Non è riuscita neanche nel 2016 a diventare la serie dell'anno... anche se potenzialmente avrebbe potuto. Ma, nonostante il sempre più evidente scollamento dal romanzo di Dick, coi suoi personaggi superbamente tratteggiati, la cura maniacale di dettagli di scena, costumi, ambientazioni e scenografie e uno dei presupposti distopici più inquietanti immaginabili (la Germania nazista che vince la Seconda Guerra Mondiale e si spartisce gli stati Uniti con l'alleato Giappone) è una di quelle serie che dovete guardarvi per forza.

Timeless, stagione Uno
10 episodi di 45 minuti (NBC)
Prima che lo diciate voi: Timeless è una serie leggerina leggerina, senza pretese e senza grandi ambizioni, pensata, scritta e girata per fornire quarantacinque minuti di intrattenimento vecchia maniera: trama fortemente verticale, condizionata – forse – dall'essere fin troppo "americana" (ogni episodio si rifà a un accadimento della storia di quel Paese), senza troppo dispendio di mezzi (ma neanche così fastidiosamente al risparmio) e con un cast di protagonisti che fa simpatia fin dal primo episodio. E poi, ci sono i viaggi nel tempo, che a sbagliare con quelli è veramente difficile.
Non ci avrei scommesso, ma Timeless, che nel mio caso si è lasciata guardare più che volentieri, si è guadagnata pure una seconda stagione.
Dove sono i miei popcorn?

Daredevil, stagione due
13 episodi di 45 minuti (Netflix)
La serie cerca in ogni maniera di alzare l'asticella rispetto la prima, eccellente stagione (ne parlai QUI), riuscendoci solo a metà. In generale, trovo sia stata appensantita da un'eccessiva decompressione narrativa che ha impedito di decollare veramente, pur tratteggiando un Punisher finalmente all'altezza (Elektra finisce col fare la figura della comparsa, nonostante l'ampio minutaggio a lei riservato) e confezionando alcuni episodi assolutamente dirompenti. E, comunque la si voglia girare, rimane la migliore cosa tratta da un fumetto Marvel che sia mai stata mostrata in televisione.

Westworld stagione Uno
10 episodi di 60 minuti (HBO)
È all'altro estremo di Timeless: ambiziosa, pregna di spunti di riflessione, filosofica, strafiticata.
Una serie scritta e pensata per intrigare e far pensare (e discutere), che rifugge dalle facili spettacolarizzazioni (e, anzi, a tratti si prende il lusso di rallentare il ritmo a livelli soporiferi) riuscendo ad essere allo stesso tempo intrattenimento raffinato e di massa.
Una delle mie preferite dell'anno, complice anche un cast superlativo (immenso Hopkins, ma che ve lo dico a fare).
Le mie impressioni sulla season premiere le trovate QUI.

Colony, stagione Uno
10 episodi di 45 minuti (USA Network)
Passato semi-inosservato, Colony è uno show onesto e solido, che non scopre tutte le sue carte alla prima stagione, girato con evidenti limiti di budget ma prestazioni attoriali più che buone e scritto con grande, grande cura e attenzione allo spettatore, che non ha, letteralmente, il tempo di annoiarsi.
Pensavo che dopo roba come Falling Skies o Revolution non avrei più voluto sentire neanche la puzza di family drama in una serie sci-fi, ma, sappiatelo, in Colony funziona alla grande.
QUI la recensione.

Humans, stagione due
8 episodi di 45 minuti (AMC)
È il bizzarro caso di un remake inglese di una serie (svedese) ampiamente inferiore all'originale, e difatti lo scorso anno l'avevo stroncata senza pensarci troppo. Eppure, quest'anno non ho resistito alla tentazione di buttare un'occhiata alla season two, che, altra bizzarria, è parecchio superiore alla prima, ha una sua dignità e, soprattutto, una sua identità distinta da Akta Manniskor (ad avercene di nuovi episodi...) che me l'ha fatta iniziare e finire piacevolmente in un paio di giorni.
Qualcuno si stava chiedendo che fine ha fatto Carrie-Ann Moss?
È qui dentro.

Black Mirror, stagione tre
6 episodi di 60/88 minuti (Netflix)
Lo dico in fretta, così mi tolgo anche questo dente: Black Mirror è diventata un pelo meno cattiva e meno originale di come la ricordassi (al netto del letale Special White Christmas). I sei episodi sono piuttosto ben scritti e godono di una messa in scena di prima qualità, ma (a parte il primo, geniale Nosedive), quale per un motivo quale per un altro, mordono meno forte di uno qualsiasi degli episodi delle due stagioni precedenti.
Tuttavia, anche solo come erede di The Twlight Zone, resta uno show di gran classe, e va assolutamente visto.

The OA, stagione Uno
8 episodi di 30/60 minuti (Netflix)
Non è una serie di fantascienza. Non è un dramma psicologico. Non è un mistery. Ma, a seconda di come la si guardi, lo è (anche). Ha una sceneggiatura a tratti bellissima e a tratti imbarazzante. Alcune sue puntate non arrivano alla mezz'ora, altre sono lunghe più del doppio. Mortifera. Gira spesso a vuoto. Eppure... eppure è una serie di grande fascino e potenza.
Mai banale, coinvolgente (a modo suo), ma non per tutti. Fate un tentativo.


Stranger Things, stagione Uno
8 episodi di 50 minuti (Netflix)
Quasi tutti quelli che conosco e che l'hanno vista si sono stracciate le vesti per quest'operazione furbetta e ruffiana dalla prima all'ultima inquadratura e trovata scenica. Evidentemente, ha quel quid che è mancato a Super 8 ma che a me non ha colpito dove e come avrebbe dovuto nelle intenzioni degli autori.
O magari, più semplicemente, sono diventato fin troppo vecchio anche per Stranger Things.
Detto questo, è un serial realizzato con grande mestiere, e se vi tocca le corde giuste, lo amerete alla follia.


Happyish, stagione unica
10 episodi di 30 minuti (Showtime)
È una serie adorabile. Scritta con rara intelligenza e messa in scena con maestria.
E, dopo averla vista, non riuscirete più a pensare alla pubblicità e alle sue dinamiche con gli stessi occhi. Tanto humour sofisticato, ironia a badilate e interpretazioni eccezionali.
Non si è guadagnata una seconda stagione, quindi dovrete farvi bastare questa. Ma, arrivati in fondo (e ci arriverete in un attimo) vi troverete a volerne ancora. QUI trovate la recensione.


Gomorra, stagione due
12 episodi di 50 minuti (Sky Atlantic)
Dopo un anno in cui Sollima ha raccolto consensi unanimi con la prima Gomorra e ha mandato in sala Suburra, nel 2016 alza definitivamente la testa e ripete il miracolo confezionando una seconda stagione altrettanto solida, tesa e ad alto tasso emotivo, e tutto questo senza replicare quasi nulla della prima. Non solo la migliore serie italiana dell'anno, ma anche quella più spendibile oltreconfine.


Wayward Pines, stagione due
10 episodi di 45 minuti (Fox)
Il trucco alla The Village era ormai stato scoperto a metà della prima stagione, e onestamente, a sottrarre Matt Dillon dall'equazione, di appeal non ne resta poi tanto in questa second season, che ho seguito fino in fondo giusto per vedere se riservava un colpo di coda. Non c'è stato.
Vi direi di risparmiare il tempo ma se siete proprio nostalgici della prima stagione, fate un tentativo.
Come ho fatto io.

mercoledì 25 gennaio 2017

Il mio senso di ragno pizzica.


Nel senso che sento – fortissima – puzza di cazzata galattica.
E, considerato che Luc Besson ormai è dai tempi di Angel-A che  per quanto mi riguarda – non ne azzecca più una (a meno che non siate tra quelli a cui è piaciuto quel guazzabuglio di Lucy, ma vi esorto a sottrarre dall'equazione la Johannson e poi tornate a dirmi), potrei avere pericolosamente ragione.
Però, una o due cosette carine nel trailer di Valerian and the city of a Thousand Planet (basato sul fumetto francese del 1967 Valerian èt Laureline, considerato una delle fonti di ispirazione per Lucas e il suo Star Wars) ci sono – ve lo concedo.
È che un altro Jupiter: Ascending proprio non potrei reggerlo.

lunedì 23 gennaio 2017

Anzio, per non dimenticare.

Il tempo ha retto fino alla fine, c'è stata una buona affluenza e ho rivisto con piacere qualche faccia che mi mancava da un po'.
E, sì, i rievocatori che avevano scelto di indossare le uniformi alleate ci soverchiavano in un rapporto di dieci a uno... ma lo spirito della giornata era un altro, e voglio pensare che l'abbiano colto la maggioranza di noi (non tutti, gli esaltati e i nostalgici a queste manifestazioni non mancano mai, ma è facile riconoscerli e stargli alla larga).

Le (splendide) foto di questo post sono di Paolo Del Rocino, più un altro paio di scatti i cui crediti sono visibili sulle immagini.

[Cyberluke Awards 2016] - Apple



Avrei proprio voluto, quest'anno, poter assegnare a Apple un bel Cyberluke Awards per un computer nuovo da mettere magari sotto l'albero: non l'ennesimo portatile ultrapiatto (belli, eh, ma sono stanco di essere considerato un senzatetto o un nomade, una casa e una scrivania ce l'ho, e di rattrapirmi le dita su una tastiera "condensata" o di perdere la vista su un display da quindici pollici, Retina o meno che sia, non ne ho voglia), non l'ennesimo iMac ancora più sottile (cosa vogliono fare, renderlo trasparente? benissimo, fatelo. Altrimenti, smettetela di perdere tempo, a nessuno importa di avere un iMac più sottile) e nemmeno un nuovo MacPro (per quello che faccio io, sarebbe solo potenza sprecata): no, a me sarebbe bastato un nuovo Mac Mini, con un nuovo case, più piccolo e più bello, con nuovi processori e con tutte le USB al loro posto.
E invece no, è passato un altro anno e abbiamo avuto invece 
1)un nuovo iPhone
2) WatchOS 3 e 
3) Siri ficcata a forza in MacOS.

Ora... che Apple abbia posto in secondo piano il business legato ai suoi computer è una cosa sotto gli occhi di tutti. Anche quelli di chi non vuole vedere e traduce ogni osservazione non platealmente entusiasta fatta a Cook e compagni come un attacco personale generato da odio immotivato e di parte (ed è incredibile quanta gente, in pieno 2016, ha ancora di queste radicate convinzioni).
Di certo, la disattenzione nei riguardi dei suoi computer da tavolo (considerato che ha appena rinnovato – di nuovo – la sua gamma di portatili) è un dato di fatto: gli iMac non sono stati aggiornati, il MacMini men che meno, e quello che dovrebbe essere il gioiello della Corona, il MacPro, è diventato quasi una barzelletta.
Senza stare a fare troppi giri, è evidente come Apple abbia già da tempo spostato il suo core business sui dispositivi basati su iOS, quelli con maggiore successo commerciale e sui quali ha (iPhone) ricarichi più alti: chiamala scema, direte voi, e difatti non la biasimo manco io... se non fosse che io sono un utente della "vecchia guardia", che ha iniziato a usare Mac dai primi anni novanta, e tuttora ne usa uno per lavorare, divertirsi e molto altro.
Oltre, s'intende, un paio di iPad e altrettanti iPod (che molti vedono già come un oggetto bello che estinto), ma, com'è che diceva quello spot?, toglietemi tutto ma non il mio Mac. O qualcosa del genere.

Sto usando un Mac Mini costruito nel 2012, acquistato giusto un paio d'anni fa e preferito a un modello più recente perché più performance e meno "blindato" (QUI trovate tutti i perché è i percome nel dettaglio), che, per ora, continua a rispondere ad ogni mia esigenza e a sgobbare sodo senza fiatare come ha fatto il MacMini che ho posseduto prima di lui (che, nel caso ve lo steste chiedendo, è tuttora in funzione senza mostrare il più piccolo cedimento, unità ottica a parte, che mi ha salutato un paio d'anni fa).
Ma, quando (non "se") arriverà il momento di pensare a una sua sostituzione, cosa mi propone Apple? Dei MacMini con Ram saldata (perché?), processori e schede grafiche datati e pensati per essere macchine usa e getta. I "soliti" iMac con gli schermi superlucidi che fanno tanta scena in televisione e al cinema ma che, finché il mio (magnificamente opaco) display Apple 23" continua a funzionare, mi offrono (indissolubilmente) qualcosa che già posseggo.
E, naturalmente, il MacPro.

Annunciato con le consueti fanfare nell’ottobre del 2013, e lanciato sul mercato due mesi dopo, il Mac Pro è tuttora uno degli oggetti più controversi usciti con sopra una mela morsicata.
Oltre che per il suo design (a me non piace, ed ero riuscito a immaginare almeno DUE sue varianti, ma c'è chi riesce a trovarlo bello) ha fatto parlare di sé per il suo discutibile rapporto qualità- prezzo: in poche parole, costa tanto, ma in quanto a prestazioni pure si trova di meglio... e a circa la metà del prezzo.
E non sono certo io a dovervi ricordare che, se la percezione di un certo oggetto è che sia troppo caro per quello che vale (cosa che non succede, ad esempio, nella percezione del prezzo d'acquisto di un iPhone) quell'oggetto resterà invenduto: proprio come accadde con l'Apple Lisa, che costava diecimila dollari (del 1984) o col Cube (1800 dollari del 2000). Nel mio lavoro quotidiano come designer e con agenzie pubblicitarie, studi grafici e laboratori di stampa, in questi ultimi tre anni ho visto grande riluttanza nel comprare il “nuovo” Mac Pro; invece, molti hanno deciso di tenere le vecchie macchine e aggiornarle, o comprare nuovi iMac o, laddove questi non erano abbastanza potenti, macchine Windows.
Cosa significherà, questo, a breve? Che Cook, che è uno che ha dimostrato che i conti li sa fa fare bene, concluderà che le vendite del Mac Pro non hanno raggiunto la quantità minima necessaria per continuarne la produzione, e si concentrerà sui nuovi iMac 5k (che forse troveranno un nuovo modo di renderli ancora più belli e ancora più inutilmente sottili) e i nuovi MacBook con quel plateale specchietto per gonzi che è la TouchBar (e se, arrivati a questo punto, avrete concluso che sono un volgare heater possiamo anche salutarci qui, perché dirò cose anche peggiori da adesso in avanti).


Parliamo cinque minuti di questa Touch Bar. È carina, vero? Ci passate il dito sopra e succedono cose.
Sostanzialmente, è un tipo diverso di input, trasportato di peso dai dispositivi iOS. E implica un supporto software che, chi vorrà restare nelle grazie di Apple, concederà, lasciando però al palo chi non possiede un MacBook... almeno, finché non verrà messa in commercio una tastiera con Touch Bar integrata, e, considerato che la nuova tastiera bluetooth Apple è stata presentata solo nel 2015 e il turnover di questi accessori è generalmente di tre/cinque anni, non prevedo una sua commercializzazione nell'immediato futuro, il che significa che, per un lasso di tempo che potrebbe rivelarsi fin troppo lungo, molti utenti non potranno usufruire delle nuove feature... ammesso che siano realmente tali e non lo specchietto di cui dicevo prima.

Insomma, la domanda è: cosa accadrà al Macintosh? Lascerà che i soldi li porti a casa iPhone (ma quanto può migliorare — e vendere — ancora, lo smartphone più popolare di sempre?) e si accontenterà del suo 9,5 per cento di quota "storica" o, magari con l'uscita di un nuovo MacOS (che non sarà quel Tiger con steroidi che altro non è che Sierra) si rinnoverà di nuovo e si (ri) imporrà come standard tra i professionisti della creatività, del video, della musica e del design?
E, se sì (come mi auguro con tutte le forze), come farà? Che strada percorrerà?
Ive, più che aggiungere una TouchBar con le emoticon e fare piazza pulita delle porte USB costringendo gli utenti a munirsi di ingombranti e costosi adattatori per continuare a lavorare finora non mi pare che abbia fatto molto altro.


Se ha qualcosa nel cassetto, è ancora là che aspetta... magari diventando vecchia nel frattempo. Microsoft ha già portato più avanti di Apple (e continua a portare avanti) l'interazione tattile con lo schermo, rendendo lentamente obsoleto qualsiasi altro sistema di input: il nuovo Surface Studio (ne ho parlato QUI) ne è una dimostrazione tangibile, e se non fosse per il prezzo ancora elevato, sono più che certo che nel 2017, sospinto da un'adeguata campagna pubblicitaria e supportato dalle software house, surclasserebbe le vendite di qualsiasi iMac vogliate mettere sullo scaffale.

Oppure Apple si è infilata in una specie di vicolo cieco (ben illuminato, intendiamoci, liscio e senza sporgenze) senza una vera idea su dove dirigersi per i prossimi dieci anni (e ora sto parlando anche di iPhone), ridefinendo — una volta di più — non solo modi di lavorare e vivere, ma anche i desideri della gente... come è riuscito, nel bene e nel male, a fare Jobs nella sua controversa ma di certo non indifferente parabola?

sabato 21 gennaio 2017

Domani, Anzio beach.

Domattina, più di 200 persone in uniforme d'epoca di tutte le parti belligeranti (compreso il sottoscritto), con mezzi militari storici rievocheranno lo storico sbarco degli Alleati presso la spiaggia di Anzio.
L'occasione è buona anche per rileggere più approfonditamente un episodio storico zeppo di dettagli poco o male raccontati: la ridda di ordini e contrordini prima e durante l'operazione, una serie di errori tattici (da ambo le parti), la testa di ponte alleata finita sotto assedio e salvata grazie al loro coraggio disperato (e, sì, anche alla superiorità aerea), un massacro di uomini che Churchill non aveva neanche lontanamente immaginato.

A posteriori, molti hanno pensato (e detto) che Churchill e compagnia con una più intelligente attività politica e di servizi avrebbero potuto stroncare sul nascere la deriva nazifascista (e lo stesso vale per la Prima guerra mondiale, che lasciò l'Europa in uno stato pietoso, economico e morale) senza mandare al macello migliaia di soldati... ma sono discorsi sul filo dell'ucronia, e quindi mi limito a rinnovarvi l'invito: se volete intervenire a fare qualche foto, mi trovate lì.
Qui sotto, un filmato dell'ultima edizione, tanto per farvi capire il mood.


[Cyberluke Awards 2016] - Libri


Tanti i libri che mi sono passati tra le mani e sotto gli occhi quest’anno, in cui ho cercato di migliorare la mia media annuale in preoccupante declino (e, no, non accamperò facili scuse, tanto sono uguali alle vostre): pochi quelli che mi sono rimasti appiccicati addosso o, ancora meglio, sotto pelle.
Alcuni li ho già dimenticati, quelli che non sono riusciti neanche a ripagare le ore investite per leggerli (in un paio di casi me ne sono accorto in tempo e, finalmente, ho trovato il coraggio di mollarli prima di arrivare alla fine… anche se uno di loro è di un autore che tanto ho amato in passato).
Aspettavo con ansia e una certa preoccupazione, viste le sue ultime – poco rimarchevoli – cose, il nuovo Tullio Avoledo, e ne sono rimasto soddisfatto a metà: Alex ne ha ospitato una mia breve recensione, e potete trovarla QUI


Poi ci sarebbe il caso Tommaso Labranca, che ci ha lasciati tutti con un palmo di naso la scorsa estate andandosene a soli 54 anni con una manciata di libri sempre più difficili da reperire, visto il suo crescente allontanarsi dagli editori più grandi: il suo Vraghinaroda - Viaggio allucinante fra creatori, mediatori e fruitori dell'arte, è, per quanto mi riguarda, il suo testamento, trecento pagine di piccolo formato zeppe di una critica feroce – quanto elegante – a tutto il mondo dei sedicenti artisti, critici e fruitori d’arte, ed ogni pagina andrebbe letta come il piccolo tesoro elargito da un uomo dall’ironia velenosa ma anche dalla profonda erudizione, uno stravolgitore di prospettive scontate proprio perché quotidiane che riusciva a indicare sempre quel punto lontano da tenere d'occhio per comprendere il quadro generale.  
Mi mancherà enormemente, e mi piacerebbe davvero poter celebrare Vraghinaroda come il miglior libro del 2016… solo che è uscito nel 2015, e poco importa che io l’abbia scovato seminascosto in uno scaffale di un mercatino dell’usato (vi ho già detto che trovare i suoi libri è una scommessa, vero?) solo l’anno scorso.
E allora?
E allora, c’è lui:


Italian way of cooking
di Marco Cardone
Acheron Books, 284 pagine, 12 euro

Un libro leggero e divertente, molto ricercato nella sua parte grafica e pieno di idee e di spunti.
Un libro che ci metti niente a sottovalutarlo (così come è facile sottovalutare l’editoria autoprodotta tutta) ma che, se non fosse che stiamo in Italia e che in Italia anche le cose belle hanno le gambe corte, potrebbe andare lontanissimo.
Perché è scritto bene e pensato meglio.
Trovate la mia recensione QUI e potete comprarlo QUI.

venerdì 20 gennaio 2017

[Cyberluke Awards 2016]: fumetti


Prima di arrivare al fumetto dell'anno (o, almeno, a quello che mi ha colpito più degli altri), qualche riga di considerazioni più generiche: ancor più dell'anno passato (ne potete leggere QUI), l'età e lo scazzo incipiente mi hanno portato ad essere ancora più selettivo che in passato, e per quelli come me, che vorrebbero – del tutto irragionevolmente, ve lo riconosco – continuare a comprare e leggere all'infinito sempre gli stessi fumetti, trovare qualcosa che li sorprenda e li acchiappi veramente tra la pur nutrita offerta delle fumetterie e delle edicole non è una roba banale (e non è che abbia smesso di cercare, anzi: continuo a entrare con una certa regolarità nelle fumetterie e a bazzicare i reparti di alcune librerie di varia – eccezionale la sezione fumetti della libreria del forum Termini, se non la conoscete– esamino e sfoglio con calma roba vecchia e nuova, ma troppo spesso ne esco a mani vuote).

Salutata quindi definitivamente Marvel e i suoi supereroi transgender – o completamente traditi nel loro spirito originario (uno tra tutti: Peter Parker diventato miliardario che combatte il crimine a bordo di una ragnomobile), sistemato sullo scaffale l'obbligatorio Kobane Calling (Zerocalcare fa il grande salto e riesce a confezionare un volume di una serietà mortale – per temi trattati – senza rinunciare a nulla della sua cifra stilistica), archiviato pure Nathan Never Anno Zero (che aggiunge poco o niente a un personaggio che sembra avere detto già tutto quello che poteva) e appena iniziato a spiluccare Inuyashiki (ve ne parlerò tra qualche giorno), cosa mi resta da innalzare sul gradino più alto?
Questo:


Letter 44
di Charles Soule (testi) e Alberto Jiménez Albuquerque (disegni)
Volumi pubblicati: Velocità di fuga (144 pagine) e Spostamento verso il rosso (160 pagine)
Panini Comics, 16 euro

Mettiamola così: Letter 44 è bello che pronto per diventare un serial TV moderno, collocabile a mezza strada tra la fantascienza classica (quella dove gli umani hanno il primo contatto con una specie extraterrestre, per capirci) e House of Cards (dove l'intrigo a livello planetario, la politica e la manipolazione sono e restano cose abiette ma sono rese appassionanti e spunto di riflessione).
La vicenda si svolge grossomodo su due palcoscenici ben definiti: la Terra e lo spazio esterno.
Le vicende del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti appena entrato in carica e l'equipaggio della Clarke, nave spaziale americana mandata in avanscoperta verso un oggetto apparso ai confini del sistema solare.
Un messaggio riservato lasciato dal presidente uscente, gravido di rivelazioni di portata planetaria e un'intelligenza aliena che non si è ancora dichiarata.
In mezzo, una manciata di personaggi straordinariamente ben tratteggiati, con dialoghi talmente realistici e situazioni contingenti che solo il più maldestro dei registi non riuscirebbe a trasformare in una prima, appassionante stagione di un serial TV targato Netflix o HBO.

È vero, i disegni non sono sempre all'altezza delle vicende che dovrebbero mettere in scena (ma rispetto il lavoro di forte coerenza che ha tutta la novel nell'insieme), e la colorazione è una roba buttata un po' lì... Ma, sapete che c'è? Che, nonostante questi evidenti difetti, la storia funziona lo stesso. 

Sia chiaro: in Letter 44 non c'è niente di veramente nuovo, dall'ambientazione ai personaggi, ma è tutto assemblato che meglio non si potrebbe e difatti fila come un treno, lasciando la voglia di leggere i successivi capitoli.
Per ora, sono usciti i primi due volumi (e un terzo è annunciato per i primi di gennaio), ma, tra i tanti (che poi tanti non sono, lo riconosco), Letter 44 è il fumetto Number One, per questo blog.

giovedì 19 gennaio 2017

È che quando ti ritrovi una certa faccia...


Solo pochi nerd si sono accorti della scomparsa di Miguel Ferrer, che ha fatto fermare il suo totalizzatore personale a 61 nel mese più freddo e ingrato dell'anno.
Lo notai per la prima volta tra l'equipaggio dell'Enterprise in Star Trek III: alla ricerca di Spock, ma se chiedete a qualsiasi nerd (o a me), lui è (o era) Robert Morton, "papà" del progetto RoboCop nell'omonimo cult di Paul Verhoeven.
Quella faccia un po' così lo rendeva adatto a ruoli sgradevoli in cui Hollywood sembrava averlo condannato a vita: oltre il meschino Morton, posso citare il suo agente Rosenfield inTwin Peaks Fuoco cammina con me, il vigliacchissimo Snider di Creatura degli Abissi e soprattutto la sua parte da protagonista in The Night Flyer (una piccola produzione anni novanta tratta da un racconto breve di Stephen King), che senza Ferrer sarebbe rimasto un tv movie senza niente da ricordare. 
Insomma, alla fine quel vecchio stronzo di Dick Jones gli è sopravvissuto.

[Cyberluke Awards 2016] - Musica


In Italia, i Pet Shop Boys sono sempre passati per una band leggerina di canzonette da jukebox ed elettronica anni Ottanta (tipo tra gli Alphaville e Howard Jones), senza che sedimentasse praticamene nulla della loro originalità e raffinatezza... qualità per le quali nel Regno Unito sono una specie di istituzione, a cui si chiede di cantare alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, che compongono musiche per opere e balletti, i cui dischi vengono recensiti e celebrati da tutta la stampa (QUI, se vi va, l’articolo del Financial Times sull’ultimo cd, Super) e a cui viene data per quattro sere consecutive la Royal Opera House (la recensione sul Guardian del concerto inizia chiamandoli arty intellectuals celebrating more that 30 years’experience of applying recherché ideas to the popsphere).

Eppure, eccoli lì, a fare finta che il tempo non passi, anzi, a fare finta che il tempo non esista, perché i loro dischi sono, praticamente da sempre, fuori dal tempo, fuori dalle mode, come un completo nero, come un maggiolino Volkswagen, come una crostata di albicocche.

Super, la cui copertina sembra gridare ai grafici di tutto il mondo "Ahahahah andate affanculo, idioti" (e che ora, dopo mesi che la guardo, mi pare perfettamente compiuta e quasi geniale), è il loro tredicesimo lavoro (ci sono poi un fottìo di singoli, remix, cover, b-sides e raccolte, a incasinare la discografia), e riesce ad essere, dalla prima all'ultima traccia, l'ennesimo Pet Shop Boys song album, con quel dosaggio calibrato alla perfezione di melodie venate di malinconia — e, dove invece i BPM si fanno sotto, di decadenza annunciata — e di testi infoltiti di citazioni dotte, name-dropping, allusioni a Francis Scott Fizgerald, Gerard Richter o Anthony Trollope e satire sulla politica e sulle celebrità.


Super
dei Pet Shop Boys
12 tracce, 46' 33"

Dodici canzoni che sono quasi un proclama di non-cambiamento, nel senso che non stiamo andando da nessuna parte, che anche se cambiamo lavoro, taglio di capelli e lunghezza dei pantaloni gira e rigira siamo sempre gli stessi, ci emozioniamo sempre con le stesse cose, ci basta quella sequenza di basso per mettere in moto le gambe, ci basta un po' di spazio sul pavimento per ballare con le braccia alzate, ci basta fare finta che là fuori le cose non vadano sempre peggio. Cioè uguali a dieci anni fa, o a venti, o trenta.

Non è il loro disco migliore, è vero... ma contiene almeno cinque pezzi davvero buoni, un paio ottimi più un'autentico gioiellino nascosto. Il che è molto, molto di più di qualsiasi altro disco possiate aver visto comparire quest'anno sugli scaffali. 
Non vi chiedo di provarlo, perché tanto so bene che la musica è una roba personale e se non sono riuscito ad accendervi una scintilla di interesse per Tennant e Lowe in tutti questi anni, non credo accadrà adesso... ma, per dimostrarvi che so e voglio uscire dal mio recinto, vi segnalo altri tre dischi usciti lo scorso anno che, se classificassi Super fuori concorso, potrebbero tranquillamente aspirare al Cyberluke Award 2016 per la musica:

You Want It Darker
di Leonard Cohen
9 tracce, 36' 09"

Tra i (tanti) altri, lo scorso 7 novembre ci ha lasciati anche Leonard Cohen, non prima di consegnarci in ereditàYou Want It Darker, un disco che mette i brividi e costruito attorno la sua voce, un disco che è un congedo consapevole e accorato, una coperta nella notte, una fiamma che si spegne nel buio. Da ascoltare assolutamente.



22, A Million
dei Bon Iver
10 tracce, 34' 10"
È il terzo disco della band del cantante americano Justin Vernon, che finalmente osa (e senza riserve) col vocoder, usato, anche se potrebbe sembrarvi impossibile, con tale poesia e intensità che non potrà lasciarvi indifferenti.
Il difetto più grande di questo album? Che James Blake ne aveva fatto uno praticamente identico già cinque anni fa. Ma toglie poco.




The White Side, The Black Side 
dei Project-To
12 tracce, 61' 51"
E se finora, queste vi sembrano scelte fin troppo mainstream (almeno, per uno come me che nelle zone alte di classifica non ha mai bazzicato troppo), permettiate che vi segnali questo progetto all-made-in-Italy, formato da Riccardo Mazza (sperimentatore e studioso del suono), Laura Pol (fotografa e videomaker) e da Carlo Bagini (pianista e tastierista).
Si chiamano Project-To, sono torinesi e hanno fatto un disco d'esordio bellissimo.
The White Side, The Black Side è un doppio CD  che è il punto culminante di un progetto più ambizioso che per essere goduto al meglio andrebbe vissuto durante il loro live set... ma, andando per le spicce, è un magnifico esempio di come in Italia ci sia gente capacissima di produrre un album di musica elettronica (e, all'occorrenza, danzereccia) di prima qualità.
Stare a raccontare la musica è sempre un compito ingrato, così vi invito a cliccare QUI e su una qualsiasi delle tracce dell'album (Look Further, tra le tante) e ditemi se questi coraggiosi giovanotti hanno una singola cosa da invidiare a gente come i Chemical Brothers, Underworld o Ancient Methods. 

Avremmo finito, ma proprio ora che ho parlato di You Want It Darker non posso non spendere qualche riga per l'opera ultima di David Bowie, che al pari di Cohen regala al mondo un testamento senza pari: la sua Lazarus è una meravigliosa ballad Cure-style, con basso rotondo, chitarra in power chords stoppati e un sax di quelli che sembrano accarezzarti l'anima ma in realtà la stanno facendo a brandelli.
E poteva anche essere il disco dell'anno, se non fosse che ho preferito chiudere con un bagliore di speranza: anzi, sapete che c'è?, rimetto su Super e faccio finta che non sia successo niente, che sia ancora sabato sera e siano le dieci.
Una notte intera per ballare.
Lunedì è lontanissimo e inconcepibile.

mercoledì 18 gennaio 2017

[Cyberluke Awards 2016] - serie TV


Abbiamo appena finito di parlare (in realtà sommariamente e molto parzialmente) del cinema hollywoodiano (ma non solo quello) e cosa si cela (o potrebbe celarsi) dietro alla crisi di idee o, quanto meno, di nuove proposte.
Di buono, c'è che il talento, dove esiste, non ristagna. Si sposta. Cerca nuovi canali di sfogo, nuovi veicoli di espressione, e la gerarchia piramidale che dieci anni fa collocava ancora i prodotti televisivi alla base – e i lungometraggi al vertice, ha da un bel pezzo subìto un rovesciamento: in termini di qualità, cura dei dettagli, orchestrazione dei flussi narrativi, ritmo e ricchezza delle sceneggiature, oggi esistono fior di serie televisive capaci di scippare aura e pubblico a qualsiasi prodotto cinematografico... o quasi.

Attualmente, di serie televisive (di qualità) ce ne sono in giro parecchie, sia che abbiano esordito nel corso del 2016 che altre in corso d'opera, e dedicherò tra pochi giorni un post riassuntivo a quelle che mi hanno colpito di più...  ma, tra le tante, ce n'è una che mi ha sorpreso – e le mie aspettative erano alte – per la sua qualità di scrittura, per i temi che solleva e per la bontà delle sue interpretazioni e di cui aspetto la nuova stagione con trepidazione:

Westworld, stagione Uno (HBO)
10 episodi di 60 minuti

Prodotta dalla HBO (e come ti sbagli?), che ha impiegato una tale quantità di mezzi e di nomi (Jonathan Nolan, Lisa Joy, J.J. Abrams, Anthony Hopkins, Ed Harris e il fu Michael Crichton) che – come diceva Gene Krantz durante la missione Apollo 13 – il fallimento non era contemplato.
La serie prende l'ispirazione dall'omonimo film del 1973 (di cui ho già parlato, e più che bene, in diverse occasioni sul blog)... ma non è che vi sia particolarmente aderente. I meriti della serie stanno tutti, più che in qualche dimostrazione di strabilianti effetti visivi, in una scrittura accurata ed onesta e in un cast di attori davvero sopra la media (basterebbe citare Hopkins, ma sarebbe vincere facile, quindi vi ricordo solo Thandie Newton che si dimostra un'attrice pronta a tutto e dotata di una presenza senza pari). 
Molti miei amici si sono arenati alle prime puntate, e altri non hanno nemmeno provato a vederla perché l'hanno percepita come una serie di fantascienza e basta.
Nulla di più sbagliato.
Westworld va a toccare un ventaglio di tematiche che vanno dalle questioni sull'etica, la morale, il complesso del Creatore, il libero arbitrio e sulla natura della vita stessa, il tutto con fredda e chirurgica lucidità.
Se non l'avete ancora vista, ora potete recuperarla tutta assieme e mettervi in pari.

martedì 17 gennaio 2017

[Cyberluke Awards 2016]: Film


Praticamente inutile, in ultima analisi, sforzarsi di definire il miglior film dell'anno.
Se dovessi cercarlo, per dire, tra uno di quelli che mi sono piaciuti tanto da spingermi a comprarli in blu-ray, dovrei consegnare la medaglia d'oro a Batman v Superman o Zero Theorem, (sì, poco spazio da rimediare nello scaffale, quest'anno) ma sarebbe una vittoria falsata perché — semplicemente — al vecchio Bats sono affezionato e, almeno visivamente, la creatura di Snyder non mi è dispiaciuta per nulla, e quanto a Zero Theorem, nonostante la distribuzione italiana si sia accorta solo ora del gioiellino di Terry Gilliam, è un film ormai vecchio di tre anni.

Altri film mi hanno solleticato quel tanto che è bastato a scaricarli sul mio hard disk e nulla di più, e per tutti gli altri mi è bastata la visione in sala: sto parlando di circa un centinaio di titoli, poca roba se paragonata alla consueta quantità di pellicole che si guadagnano annualmente la distribuzione in sala (circa 1.200 solo nel 2016)... ma abbastanza, può darsi, per farmi un'idea di
a) dove sta andando il cinema e
b) dove sto andando io.

Per rispondere brevemente alla prima questione, mi pare più che evidente che, per l'ennesimo anno di seguito, Hollywood (ma non solo lei) sta giocando di rimessa, facendo scendere in campo (e finanziando, questo è il termine esatto) solo progetti dal rientro sicuro o quasi.
Il che significa (e spiega, se ancora ce ne fosse bisogno) la gran quantità di sequel, remake, reboot, spinoff e soggetti tratti da opere letterarie di successo.

Il resto, che poi è la proverbiale parte del leone, l'hanno fatta, una volta di più, le commedie, a partire da Zalone che si è portato a casa qualcosa come tre volte l'incasso di Episodio VII, ma anche il più raffinato Perfetti Sconosciuti (anche se, a gettare un occhio alle classifiche del box Office di fine anno è un caso isolato)... ma la commedia non è mai stato uno dei miei generi preferiti, quindi per svagarmi, anche quest'anno, ho dovuto sgomitare più degli altri.
Senza riuscire, a conti fatti, ad esaltarmi per un titolo in particolare, il che ci porta dritti al punto B: dove sto andando?


Diciamolo senza troppi giri di parole: ormai, anagraficamente, sto diventando un consumatore spettatore meno interessante per l'industria cinematografica.
Molti miei coetanei hanno famiglie intere a cui badare, più o meno numerose, e andare al cinema, tipo, una o più volte la settimana non rientra più nel loro lifestyle, come diciamo noi pubblicitari... ma non è certo solo una questione di tempo. Anzi.
Sembra banale, e probabilmente lo è, ma invecchiando crescendo si diventa più smaliziati, è quello che ci rapiva e ci faceva viaggiare fino a ieri oggi non ci basta più e ci appare ripetitivo e poco originale... molti sostengono che la qualità generale si sia colpevolmente abbassata, ma io sono più propenso a credere che siamo noi che abbiamo già visto e sperimentato un certo numero di esperienze visive e inizia a sembrarci tutto una replica di qualcos'altro.
Cosa che, per inciso, accade da sempre (ricordate il post sulla catena dei remake?), e non è iniziata certo con quelli della mia generazione: pensate, per dire, a tutti quelli che conoscete che quando è uscito il primo The Matrix non erano neanche nati o portavano il pannolino.
Ecco, Hollywood punta su di loro, e ai venti dollari che gli ballano in tasca per comprarsi il biglietto del nuovo blockbuster e di un bicchiere di Pepsi a cinque dollari il litro: non a me, non a voi (forse) che una volta al mese o poco più riuscite a schiodare dal divano e da Sky e investite due o più ore del vostro tempo per guardarvi qualcosa di nuovo (e quando lo fate, lo fate per Zalone o uno dei suoi epigoni, almeno a giudicare dalle cifre).

Detto ciò, cosa potrei salvare (e magari segnalarvi, nel caso vi fosse sfuggito), di questo 2016?

Parto dalla fine: Rogue One, il primo spin-off ufficiale di Star Wars uscito un mesetto fa, ha pienamente soddisfatto le mie aspettative: un film solido, funzionale, con la giusta dose di fanservice, perfettamente a metà tra un classico war movie e la saga sci-fi più popolare di sempre, visivamente all'altezza e coerentemente inserito nell'universo narrativo di Lucas.
Di Batman v Superman dissi già QUI, e a mente fredda lo giudico l'ambiziosa risposta di DC allo strapotere Marvel-Disney, con alcuni pregi (notevole sotto il punto di vista del concept design e degli effetti visivi) e altrettanti difetti (buchi di sceneggiatura, soluzioni narrative frettolose, minutaggio eccessivo).
Civil War, X-Men: Apocalypse e Doctor Strange mi hanno divertito, ma nulla di più. Cocenti delusioni sono arrivate da Independence Day: Resurgence (fiacco, slegato e, a tratti, involontariamente comico) e Inferno (un James Bond di serie B con coinvolto un Tom Hanks fuori tempo massimo per la parte), tanto da non essersi meritati neanche una recensione.
Ho recuperato in home video un interessante La corrispondenza di Tornatore, che dirige con ineccepibile eleganza formale Jeremy Irons e un'ispirata Olga Kurylenko in una storia d'amore tenuta in vita attraverso i media digitali.
Ho passato un paio d'ore veloci con Spectral, una produzione Netflix che va a braccetto con tutto un certo universo videoludico e film come Predator e Aliens, e ho riso di gusto col reboot di Ghostbusters, resomi più simpatico dall'essere un facile bersaglio per tutti gli haters del pianeta con tempo da buttare via.
Il tanto acclamato Lo chiamavano Jeeg Robot  è un ottimo film, e per lui non mi sono risparmiato le lodi (QUI), ma, anche qui, non me la sento proprio di qualificarlo come il migliore dell'anno.
E quindi, mi appello al film che emozionalmente mi ha colpito di più e di cui, forse proprio per questo, sul blog non ho parlato.


Sully di Clint Eastwood
Proprio quando da un certo autore hai smesso di aspettarti il grande film, specie dopo due giganteschi passi falsi (almeno, per me) come Invictus e J. Edgar, ecco che ti arriva una zampata come Sully.
Una storia presa di peso dalla cronaca che chiunque farebbe fatica a raccontare in più di dieci minuti diventa un film di un'ora e mezza in bilico tra rigore compositivo e coinvolgimento emotivo, sostenuta da un Tom Hanks in stato di grazia e da un montaggio – rigorosamente non lineare – che potrebbe fare tranquillamente scuola per cineasti giovani e meno giovani.
Se l'avete perso, forse fate ancora in tempo a recuperarlo in sala (ed è di quelli che vanno gustati al cinema, nonostante rifugga da qualsiasi facile spettacolarità).
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...